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retroL’abitato di Caccamo fiancheggia la vecchia statale 77 a 50,5 km. da Civitanova, nel punto in cui la costruzione della superstrada ha cambiato i connotati a tutta la zona.

L’abitato è a 293 m. sul livello del mare presso la diga del lago, che prende il nome da Caccamo, da Borgiano o da Pievefavera a seconda degli umori campanilistici della gente del luogo.

Questo stretto bacino idroelettrico a livello leggermente più alto (m. 297) dell’abitato sviluppa una potenza di 9000 kw; si allunga per circa 3 km con un invaso di 5 milioni di m3 occupando un’area di 66 ettari. È ricco di trote, carpe e tinche, frequentato perciò da pescatori, ma anche da numerosi turisti specialmente a fin di settimana e particolarmente in occasione delle gare veliche e di canottaggio in estate.

L’Annuario del T.C.I. 1980-1985 gli attribuisce 176 abitanti, dei quali 102 nell’abitato centrale della frazione, che fu già sottofrazione di Borgiano (km. 2), ma ha ormai assunto caratteristiche di una certa autonomia. Rimane nella giurisdizione parrocchiale di Borgiano. Dista da Serrapetrona 6 km., da Caldarola appena 2.
A Caccamo sul Lago incrocia la statale clementina 502 che dalla 78 a Piandipieca per Sanseverino Marche e Cingoli scende alla 76 presso Iesi.

L’origine di questo villaggio è avvolta nel mistero. Una lapide, già sopra la porta della chiesina di S. Giacomo, ma ora riportata sul muraglione a monte della statale, avverte:
I SICULI ABITATORI DELLA SINISTRA DEL CHIENTI SIN DA QUATTRO MILLENNI AVANTI L’ERA CRISTIANA CACCAMO CHIAMARONO QUESTA CONTRADA
(Avv. Giuseppe SPERANZA, Il Piceno)

A parte la fantasia attribuita allo Speranza, ce ne sarebbe voluta molta di meno per pensare ad una possibile derivazione – senza scomodare i Siculi – da caccabus (marmitta, calderotto), il qual termine in analogia col nome di Caldarola avrebbe fornito la nomenclatura dell’ambiente termale che, è risaputo, in antico si estendeva dal paese fin verso il Chienti, ai piedi dello sperone su cui sorge Pievefavera e dove sono state trovate tracce non trascurabili di romanità.

Del piccolo nucleo abitato non è facile dire l’origine e datare la fondazione. Appartenne al distretto di Camerino e alla signoria varanesca come la vicina Borgiano, di cui era dipendenza ecclesiastica. La storia ricorda che nel maggio 1484, presso la chiesa di S. Giacomo di Caccamo, Giulio Cesare Da Varano, accompagnato da una folta schiera di cavalleria, si incontrò con l’ambasciatore veneziano che gli recava la nomina a governatore generale dell’esercito della Serenissima con l’appannaggio di 25.000 ducati d’oro.

Nel 1502 Caccamo aveva un molino da grano che pare fosse posseduto in comune con Serrapetrona e Statte. Nella seconda metà del ‘500 la chiesa di S. Giacomo era posseduta dai Cavalieri di Malta, dei quali vi rimane dipinto l’emblema. La visita apostolica del vescovo De Lunel in data 21 agosto 1572 ricorda che l’ecclesia S. Iacobi de Cacamo in territorio castri Borgiani prope stratam publicam Romanam era commenda di S. Egidio de Trabe (Pontelatrave) amministrata dal cavaliere di Malta Paolo Rossi de Interamna (Terni).

Pochi anni dopo, il 9 dicembre 1588, il bolognese Girolamo De’ Buoi, vescovo di Camerino, fece la sua visita pastorale alla stessa chiesa che viene definita simplicem ecclesiam commendatam al cavalier Rossi della precedente visita apostolica. Vi si aggiunge che era ufficiata tutte le domeniche di quaresima.

Non sappiamo se alla chiesa di Caccamo fosse costantemente addetto un eremita. Tuttavia da una lettera datata da Caccamo il 1 aprile 1715 e diretta dall’eremita fra’ Felice al vicario generale, arcidiacono della cattedrale di Camerino Filippo Calcalara, si ricava a quel tempo la presenza dell’eremita e veniamo inoltre a sapere che Caccamo era un “posto di fiera e di mercato”, come del resto era Maddalena, anche questa lungo il Chienti e all’incrocio di strade. Anzi questa circostanza era stata la causa che l’eremita si dovesse giustificare di accuse mossegli da alcuni mercanti allegando la testimonianza di un tale P. Taccolacci.

La piccola chiesa di Caccamo sul lago è oggi affiancata al lato destro del palazzo Piermattei, costituita di un unico ambiente di modeste proporzioni, decorosamente mantenuta. Sulla facciatina in cotto coronata da un timpano ha due campaniletti che continuano le lesene alle due estremità. Sull’architrave della porta d’ingresso è il titolo: ECCLESIA S. IACOBI.

Sappiamo quanto l’ingegnere avesse a cuore questa chiesa, su cui, pensiamo, per le notizie storiche sopra esposte, ch’egli e la sua famiglia esercitassero un giuspatronato, piuttosto che la diretta proprietà, dopo che era stata ricostruita e incorporata al palazzo nel ‘700. Informa il parroco di Borgiano che nel 1956 l’ing. Piermattei aveva restaurato a fondo la chiesina, ottenendo dall’autorità ecclesiastica che vi si celebrasse la Messa tutti i giorni festivi per utilità e comodo della popolazione del luogo. Il suo testamento stabiliva che a Caccamo rimanesse un sacerdote residenziale con l’ufficio di cappellano per il culto religioso con servizio domenicale continuativo.

Le cose andarono diversamente. Premorendo egli alla moglie e questa alla propria sorella, quest’ultima elesse eredi alla sua morte l’Istituto Artigianali «S. Caterina » e l’Istituto delle Consorelle del S. Cuore di Gestì di Imola. La cattedrale di Camerino riscattò dagli eredi nel 1974 il palazzo e la chiesa vendendo una parte dell’abitazione per estinguere il debito contratto per l’acquisto ed impedire, col ricavato, la rovina del rimanente fabbricato.

Ricordiamo due illustri appartenenti alla famiglia Piermattei di Caccamo: Nicola, ministro generale degli Eremitani Agostiniani, e nel 1670, Giacomo, che a sua volta fu ministro generale dei Benedettini Silvestrini nel 1695.

(Fonte  Giacomo BOCCANERA, Serrapetrona, Ristampa Macerata 1990)

Endecasillabi in vernacolo:

LU LAGU DE LU CACCHIMU

Lu lagu de fu Cacchimu è un gioiellu,
rluppica tuttu, pare tantu vellu!
Ce vene ‘gni domenneca più jente,
che, per passà, te pija un’accidente.
Chi vène per pescà, chi pe’ la caccia,
ma tutti, po’, per beve la vernaccia.
Lu nome che ve pare un pocu stranu,
è tantu anticu: In tempu assai lontanu,
venuti certi grechi, là per là,
vistu lu postu, lu chiamò «callà».
Callà o callarella, come scia,
je vojo vè a quistu lagu mia;
e mo’ che certi, – nun capisco come -,
sta a quistionà per via de quissu nome,
io dico che, per nuantri marchescià,
CACCHIMU è statu e sempre resterà.

Antò de Zappaterra (il poeta locale Antonio Morina)

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